La lezione di Platone

In questi tempi di pandemia si sono sentite molte e diverse opinioni sui modi migliori di affrontare questa crisi senza precedenti. Fermo restando che, considerata la situazione inaudita a livello mondiale, sarebbe stato pressoché impossibile trovare il modo perfetto per rispondere all’emergenza, si è tornati ad invocare la necessità di “esperti” e di “tecnici” che prendano decisioni ai vertici della politica.

Lungi dal voler mettere in discussione l’importanza della conoscenza e della competenza che chiunque svolga un ruolo pubblico deve avere relativamente a ciò di cui si occupa, sarebbe importante anche tener fermi alcuni capisaldi di quella che è la nostra, almeno sedicente, democrazia.

Se infatti «La scienza non è democratica», la domanda che ci si potrebbe porre a questo punto è cosa segni la differenza tra politica e scienza. Perché se appunto la tecnoscienza deve orientare le decisioni della politica, e se essa non è sottoponibile a processi democratici, né riguardo al suo metodo né riguardo ai suoi risultati, il pericolo che si profila è che il popolo, finora depositario del potere decisionale, venga esautorato di questo potere. Il pericolo allora è che la tecnocrazia si riveli come un regime non molto diverso da quello dominato dall’autorità religiosa nel Medioevo, in cui una piccola élite – legittimata lì da Dio e qui dalla Scienza –, la quale si esprime in un linguaggio che il popolo non comprende – lì il latino e qui il dizionario tecno-scientifico – impone le proprie decisioni sulla maggioranza in quanto unica depositaria legittima del sapere. Tale depoliticizzazione delle masse porterebbe con sé il pericolo di una dittatura della tecnoscienza, di una tecnocrazia in cui nessuno al di fuori di una élite tecnica può mettere in discussione e passare al vaglio le decisioni prese ai piani alti.

L’errore fondamentale di questo pensiero, che affonda le sue radici nella fede nelle capacità della tecnoscienza, è quello di dimenticare le lezioni della tradizione occidentale, in particolare quella di Platone.

La gestione della cosa pubblica così come prefigurata idealmente da Platone infatti potrebbe essere intesa come una tecnocrazia, in quanto anche la politica viene definita come una téchne a tutti gli effetti. La differenza però è che nella buona comunità politica la gestione dello stato viene demandata al vero politico, che sarebbe poi il filosofo in quanto è colui che arriva a conoscere l’idea del Bene, e in relazione ad essa è in grado di gestire e ordinare al meglio la società.

Platone mette in luce il fatto che nessun’altra tecnica è epistemologicamente e autonomamente capace di conoscere e quindi di compiere il bene, oltre alla politica. Voler dunque mettere dei tecnici che non siano veri politici al governo sarebbe per Platone una pericolosa perversione, perché essi non sarebbero in grado, attraverso la propria scienza, di definire il Bene e di perseguirlo. Essi sarebbero allora solo in grado di imporre arbitrariamente un fine, e di perseguirlo tramite la potenzialità della loro tecnica, ma senza la sicurezza che quel fine sia effettivamente un bene. Ecco perché secondo Platone alla guida della società dev’esserci un uomo politico che conosca il Bene prima di ogni altra cosa. Egli deve poi ovviamente saper ben disporre di tutte le altre tecniche, quindi sapersi anche avvalere del sapere degli esperti, ma senza sottomettere la politica alla finalità di una qualche altra tecnica.