Non è dipendenza, ma distrazione

Forse porre tutta questa attenzione sulla parola “dipendenza” nasconde l’idea che pensare di essere dipendenti ci torni utili perchè questo significa che c’è di mezzo uno spacciatore, qualcuno a cui dare la colpa. Dovremmo invece chiamarla per quel che è veramente: distrazione. Invece di dare la colpa alle aziende, abbiamo provato a spegnere le notifiche? Abbiamo pianificato la nostra giornata in modo da non disporre di tutto quel tempo da passare sul telefono? Abbiamo provato a leggere un libro prima di metterci a dormire la sera?

“Ogni volta che è sorta una nuova tecnologia, si sono diffusi i timori che avrebbe lobotomizzato i nostri cervelli e distrutto la società. Praticamente in tutti i casi, quando poi ci siamo guardati indietro abbiamo riso delle nostre stesse paure”.

Ethan Zuckerman, Center for Civic Media MIT

Probabilmente, ci si dovrebbe concentrare più su come una persona passa il tempo su smartphone che sul quanto (entrare nel vortice di Wikipedia non è la stessa cosa che stare su Instagram per ore). Nonostante questo, è indubbio che il tema della dipendenza digitale sia caldo. Talmente caldo che, negli Stati Uniti, un senatore repubblicano ha proposto di mettere al bando lo scroll infinito sulle pagine dei social e addirittura di limitare a 30 minuti al giorno il tempo che si può passare su ogni piattaforma.

A soffrire di vera dipendenza in realtà è una percentuale di persone equiparabile a quelle dipendenti dal gioco o dall’alcool. Persone che, in ogni caso, potrebbero avere dei benefici se i social network avvisassero chi si trova nel percentile più alto degli utilizzatori di Facebook o Twitter, in modo da prendere almeno coscienza del problema.

Indubbiamente dobbiamo impegnarci di più se vogliamo riprendere in mano il nostro tempo, dall’altra è innegabile che tutto sarebbe molto più semplice se i social network non fossero stati progettati sfruttando le stesse logiche delle slot machine.