La plastica dell’Antropocene

L’inquinamento ambientale da plastica è talmente penetrato e ovunque diffuso sul pianeta Terra, che gli scienziati hanno suggerito di usarlo come indicatore geologico dell’avanzamento dell’era dell’Antropocene

Great Pacific Garbage Patch

È certamente (e purtroppo) l’accumulo più noto. Il suo nome completo è Great Pacific Garbage Patch, ma è anche conosciuto come Pacific Trash Vortex o, in italiano, come Grande chiazza di immondizia del Pacifico. Si tratta di un enorme ammasso di spazzatura galleggiante, composto per lo più da plastica, situato più o meno al centro dell’Oceano Pacifico. Enorme vuol dire realmente enorme, di fuori da ogni iperbole: sebbene l’estensione della grande chiazza non sia nota con precisione, si ipotizza che sia compresa tra 700mila chilometri quadrati a oltre 10 milioni di chilometri quadrati (più della superficie degli Stati Uniti, per intenderci). L’accumulo esiste dall’inizio degli anni Ottanta, e si è formato a causa dell’azione di una corrente oceanica spiraleggiante che cattura i rifiuti galleggianti e li aggrega tra loro, creando quella che ormai è una vera e propria isola. Di plastica.

La fossa delle Marianne

Uno studio recentemente pubblicato dalla Japan Agency for Marine-Earth Science and Technology(Jamstec), un ente di ricerca giapponese, ha messo in luce la presenza di rifiuti di plastica, tra cui persino diverse buste, proprio sul fondo della Fossa delle Marianne.

Il Monte Everest

Anche l’Everest si sta riempiendo di plastica. E la cosa peggiore è che non ci sono abbastanza persone per monitorarlo e ripulirlo. Al momento, circa 800 persone ogni anno tentano la scalata della montagna, e si stima che la quantità di immondizia che rimane lassù sia pari a circa 132 tonnellate ogni anno. Non proprio briciole, insomma, tanto che il governo nepalese ha deciso di correre ai ripari, imponendo a ogni gruppo di ascensionisti un deposito cauzionale di 4mila dollari prima di iniziare la scalata.