Chi ha ucciso il comunismo?

Nel dopoguerra il comunismo italiano era rimasto fermo alla critica dell’arretratezza del capitalismo. Ma alla fine del secolo, a rendersi perfettamente conto di quali fossero i desideri reali del proletariato non fu l’élite comunista, ma piuttosto i capitalisti.

Dialogo inedito tra Pietro Ingrao e Ferninando Camon (di Alessio Giacometti)

Quando nel 1991 il PCI rinuncia a ogni legame con le sue origini sovietico-marxiste e cambia nome, i telegiornali di tutto il mondo trasmettono l’immagine di Pietro Ingrao in lacrime, il volto coperto con una mano. In quel pianto si consumava il residuo ideologico del più forte partito comunista d’Occidente.

Abbagliata dal fulgore della propria ideologia, e da decenni di conquiste sociali, l’intellighenzia comunista non si accorse che il contadino desiderava semplicemente diventare operaio. Ai suoi occhi, questi non era un sommerso, ma “uno che aveva denaro, che si era salvato, che ce l’aveva fatta”. L’assunzione in fabbrica rappresentava la liberazione dal giogo del lavoro agricolo: ogni tre figli, si diceva che i contadini mandassero il primo a lavorare nei campi, il secondo in fabbrica e il terzo in seminario.

Così come il contadino guardava al mondo industriale con il desiderio di esserne assorbito, l’operaio sognava l’ingresso nella borghesia. Chiedeva espressamente “la partita, il week-end, il frigorifero, l’utilitaria, il televisore” e tutti gli altri diritti materiali schiusi dalla rivoluzione borghese. Secondo Camon, a rendersi perfettamente conto di quali fossero i desideri reali del proletariato non furono gli esponenti del PCI,, ma piuttosto i capitalisti. Uno su tutti, Silvio Berlusconi: “ha promesso un miracolo, e la gente ha bisogno di miracoli. Ha promesso di dare, e la gente ha bisogno di ricevere. È andato al potere come un inviato della gente. La gente guarda il miracolo e ne resta accecata, non vede più il monopolio”.

I valori che il Comunismo ha iniettato nelle vene della storia sono in qualche modo sopravvissuti alla sua morte, dunque sono immortali. L’immagine è quella dell’Uèbi-Scebèli, il fiume africano che ha una fonte ma non una foce: “a un certo punto cala sotto la sabbia e svanisce. Lo senti scorrere, sotto i tuoi piedi, ma non puoi vederlo più”. Così è il comunismo, che non è morto, si è soltanto inabissato sotto la superficie della storia e tornerà un giorno a riaffiorare, “diverso da tutte le forme storiche che ha finora assunto”.