Il Green New Deal

Le forze di mercato sono molto più potenti di qualsiasi manovra lobbistica l’industria dei combustibili fossili possa tentare. Con impeto neoliberista e cieco a ogni evidenza, aggiunge addirittura che di fronte alla crisi climatica il mercato è un angelo custode che vigila sull’umanità.

Jeremy Rifkin, “Un Green New Deal Globale” [Mondadori]

Il Green New Deal è il piano di riforme per la completa decarbonizzazione dell’economia americana entro il 2030 che la parlamentare Alexandria Ocasio-Cortez e il senatore Ed Markey hanno presentato al Congresso degli Stati Uniti lo scorso 7 febbraio. Il piano, apertamente progressista, ancora embrionale e caliginoso, è stato accolto con favore dai candidati democratici in corsa per le elezioni del 2020, mentre i repubblicani – sordi alle previsioni degli scienziati secondo cui la politica negazionista del Presidente Donald Trump potrebbe determinare nei prossimi dieci anni un aumento medio della temperatura mondiale compreso tra i 2°C e i 4°C – hanno tacciato la misura d’essere un inammissibile “manifesto socialista”.

Come è evidente, l’immaginario cui attinge il nuovo corso verde è quello dell’ormai centenario New Deal, l’ampio spiegamento di riforme economiche e sociali ispirate alle teorie dell’economista John Maynard Keynes che il Presidente americano Franklin Delano Roosvelt varò per superare definitivamente la Grande Depressione del 1929. Nell’arco del decennio successivo il governo statunitense assunse direttamente dieci milioni di lavoratori, la copertura elettrica venne estesa alle campagne, furono costruiti centinaia di migliaia di edifici, piantati quasi due miliardi e mezzo di alberi e aperti ottocento nuovi parchi statali. Secondo la scrittrice Naomi Klein, si trattò del “più famoso stimolo economico di tutti i tempi, nato nelle spire della peggiore crisi economica della storia moderna”.

E tuttavia il piano di riforme del Presidente Roosevelt ebbe a posteriori anche dei risvolti tetri, creò le condizioni per la duratura crescita economica basata sui combustibili fossili e per l’inarrestabile società dei consumi della cosiddetta “grande accelerazione. La stessa Klein definisce quest’esito nefasto “l’emergente keynesiano climatico”: il New Deal “rianimò le economie che boccheggiavano, ma portò anche agli immensi insediamenti suburbani e a un’ondata consumista che alla fine sarebbe stata esportata in ogni angolo del pianeta”. Meglio, allora, paragonare il Green New Deal al Piano Marshall, il progetto di vasta ricostruzione dei Paesi devastati dalla Seconda guerra mondiale che, sempre secondo Klein, “fu una specie di New Deal per l’Europa occidentale e meridionale”.

Qualsiasi Green New Deal credibile, deve comprendere un progetto concreto per garantire che gli stipendi di tutti i posti di lavoro verdi che crea non siano immediatamente riversati in uno stile di vita iperconsumista che finisce involontariamente per aumentare le emissioni.

Naomi Klein, Il Mondo in fiamme [Feltrinelli]

Secondo lo scrittore Jeremy Rifkin per un Green New Deal globale, la conversione dell’infrastruttura energetica dai combustibili fossili alle energie rinnovabili sarà dunque finanziata con i fondi pensione della classe media, per lo più americana. Il resto del lavoro è demandato all’infallibile mano invisibile del mercato, che inciderà sempre più marcatamente sul costo dei pannelli solari, delle turbine eoliche e delle batterie per l’accumulazione di energia elettrica pulita.

Rifkin e Klein aderiscono perfettamente a questa logica neokeynesiana e riformista, da sinistra moderata e ormai incapace di pensarsi al di fuori delle leggi del capitale. Il loro Green New Deal non mette in discussione le fondamenta del sistema economico ma si limita a piccoli ritocchi ecologisti che ne allungheranno ulteriormente la vita, forse per l’ultima volta nella storia. Piuttosto che sconvolgere l’attuale ordine economico, Rifkin e Klein, in misura diversa, sembrano entrambi accettare che there is no alternative. L’Economist ha definito quest’attitudine degli intellettuali di sinistra il “climate-change dilemma”: le forze progressiste dovrebbero operare per un completo superamento del sistema capitalistico o fanno meglio a ripiegare su misure graduali e politicamente meno dannose, ma non risolutorie come il Green New Deal? D’altra parte, se anche riuscissimo a portare a zero le nostre emissioni di carbonio senza intervenire sull’economia capitalistica e lo stile di vita consumistico, attorno a noi procederebbero inesorabili la sesta estinzione di massa, la deforestazione, il consumo di suolo, l’inquinamento ambientale, lo sfruttamento intensivo delle risorse minerarie.