Benedetto sia Francesco

I due papi racconta una battaglia ideologica, il confronto degli esponenti di due scuole di pensiero che concordano su poco, ma in realtà scavalla ben presto la contingenza vaticana e sfonda il muro della battaglia politica, dello scontro tra intelletti fini.

Parla poco Ratzinger e a fatica, ma ogni parola è una lama. Parla molto Bergoglio, ma quel che dice davvero lo fa con i gesti e il linguaggio del corpo.

La trama parla dei pochi giorni che, effettivamente, i due hanno trascorso insieme. All’epoca uno era papa Benedetto XVI e l’altro un cardinale che aveva a lui mandato una lettera richiedendo di essere spogliato dal titolo per tornare a fare il prete. Benedetto XVI l’aveva allora convocato per spiegargli come non potesse compiere quel gesto, poiché sarebbe stato interpretato sicuramente come un attacco del Papa in carica alla fazione che Bergoglio rappresentava, quella a lui avversa nel conclave. L’ostinazione di Bergoglio e la voglia di Benedetto XVI di un compagno intellettuale e un confronto sofisticato tengono il vescovo argentino a Castel Gandolfo più tempo di quel che pensava.

Poteva facilmente essere un film in cui un popolano incontra un aristocratico, in cui un sapere molto terra terra e pragmatico si scontra con uno più elevato, invece proprio la maniera in cui Jonathan Pryce ed Antony Hopkins recitano assecondando le proprie inclinazioni rende il film, un profondo confronto umano. Infatti anche il linguaggio che parlano i due corpi è opposto. Nonostante l’economia di gesti tipica dei livelli alti del clero, Bergoglio si muove dinoccolato, con una certa misurata espansività, mentre Ratzinger pare chiuso in sé, un bozzolo tondo che raramente guarda l’altro e quando lo fa è per dire qualcosa di determinante.

La scena finale, mostrata nel corso dei titoli di coda, nella quale i due pontefici assistono alla finale dei mondiali di calcio 2014 tra Germania ed Argentina, è un espediente narrativo che ben sintetizza la sincerità del rapporto e l’amicizia tra i due personaggi.