La sesta estinzione

Alle 5 grandi estinzioni nella storia del pianeta è ormai evidente che occorre aggiungere la sesta. Come per tutte le specie, la nostra è in un’eterna competizione con altre per spazio e risorse. Il che non vuol dire che sia una guerra totale e che non ci siano spazi di collaborazione tra le specie (anzi, la simbiosi è un fenomeno quasi universale), ma sta di fatto che le risorse che i viventi possono sfruttare sono finite, e se un’ape beve del nettare, quel nettare non c’è più per un’altra ape.

La differenza è che noi competiamo con quasi tutte le specie, e che quasi sempre vinciamo. Dal riscaldamento globale all’abuso di pesticidi, all’inquinamento da residui azotati e fosforosi delle attività agricole, alla diffusione di specie invasive in luoghi dove non erano e non dovrebbero essere, alla semplice distruzione e stravolgimento di spazio naturale per far largo alle attività umane come agricoltura e allevamento: tutto questo è l’impronta della nostra esistenza.

L’impennata rabbiosa di una miriade di indicatori – dalla popolazione alla produzione di energia, allo sfruttamento della pesca, dalle emissioni di anidride carbonica alla produzione di carta – indica complessivamente una frenesia dello sviluppo umano e del conseguente sfruttamento delle risorse: la Grande accelerazione. In realtà, sono decine di migliaia di anni o più che agiamo sul pianeta, ma è tale grande accelerazione che ci sta facendo parlare così tanto di Antropocene, ovvero di come il nostro intervento sulla Terra sia tale e talmente pervasivo da definire lo stacco di una nuova Era geologica.

La morte più spaventosa ha per bandiera non teschi ma percentuali. Quasi un decennio fa, nel 2010, su Science un insieme di autori – che includeva ricercatori dello IUCN (International Union for the Conservation of Nature) e dello United Nation Environment Programme World Conservation Monitoring Centre – ha pubblicato esattamente questo: una lista di indicatori di salute ambientale e del loro cambiamento nel corso degli ultimi decenni che tratteggia trentuno strade diverse in discesa verso la distruzione. Districare la tabella è complesso, ma monitorando una quindicina di indicatori diversi, dalle popolazioni degli uccelli acquatici al numero di specie invasive in Europa, dall’estensione delle praterie sottomarine all’equilibrio dell’azoto nell’ecosistema, al morire dei coralli, si vede come pressoché tutti stiano sistematicamente calando o comunque puntino verso il peggio da decenni. Il trend medio delle popolazioni di vertebrati, dal 1970, è un calo del 31 per cento. Il 33 per cento delle specie di uccelli acquatici è in declino. Habitat come le foreste sono in calo, in particolare ambienti ricchi quali le mangrovie sono calate del 19 per cento e le praterie sottomarine del 20 per cento. C’è qualche indizio di una compensazione – per esempio le azioni di conservazione hanno salvato 16 specie di uccelli dal 1994 al 2004, nonché 25 specie di mammiferi e 5 specie di anfibi hanno visto il loro status di criticità migliorare a partire dagli anni ottanta e novanta.

L’estinzione c’è ma non la percepisco, oppure non c’è e basta? Absence of evidence is not evidence of absence.