La dittatura del calcolo

Siamo apprendisti stregoni, che giocano con qualcosa che non comprendono appieno.

Paolo Zellini professore di Analisi Numerica – Università di Roma Tor Vergata

L’algoritmo è un processo, qualcosa che vive in uno spazio (di memoria) e in un tempo (di calcolo), quindi qualcosa di ontologicamente diverso dalle espressioni algebriche che la matematica ha sempre conosciuto. L’algoritmo è un’incarnazione, rispetto all’astrattezza dell’algebra: riporta la matematica dall’iperuranio ad un mondo fatto di atomi, tempistiche e limiti. In questo modo, la nascita dell’algoritmo moderno, attraverso l’informatica e un nuovo strumento calcolante – il computer – ci permette di imbrigliare l’infinito, rendendo possibile l’esplorazione e il controllo di una zona franca, “tra il finito e l’infinito”,  che matematicamente non era mai stata conosciuta.

Fino al XX secolo, siamo stati schiacciati dall’idea di grandezze imponderabili, come i famosi numeri transfiniti di Cantor (la cui gerarchia Borges amava paragonare alle antiche dinastie della Cina imperiale). Nel Novecento, tramite il lavoro di Turing e Church, prima, e poi di McCulloch e Pitts, l’algoritmo diventa una sorta di ghiandola pineale cartesiana, quel luogo in cui res cogitans e res extensa si incontrano: l’origine del digitale, la scintilla di intelligenza che permette alle macchine di contare.

Solo che, al contrario di noi, le macchine sono espandibili: aumentandone memoria e potenza, i calcoli sono sempre più veloci e vertiginosi. E la domanda finale è ancora là fuori: cosa siamo noi umani, se non meravigliosi calcolatori biologici? L’intelligenza può essere ridotta ad un insieme di algoritmi? La creatività e la coscienza umana possono davvero essere rese con un complesso sistema di calcoli? Possiamo davvero creare un’intelligenza artificiale?

Gli algoritmi sono dappertutto, la loro è un’egemonia silenziosa. La loro costruzione e decennale ottimizzazione ha permesso la nascita del moderno. Filosoficamente gli algoritmi sono una rimozione dell’infinito attuale di Aristotele, una rimozione di Dio: allo stesso tempo, sono uno strumento di estensione del dominio della tecnica. Il loro è un regno fatto di efficienza e velocità, in cui ciò che è umano rischia di scomparire. Senza capirne la storia e l’origine, non possiamo capirne la portata e i limiti.