Armi e bagagli (dei profughi)

La cosiddetta “invasione di migranti” è prevalentemente generata dalle guerre e dalle nazioni (tra le quali l’Italia) che le supportano, attraverso la fornitura di armamenti e il sostegno a regimi antidemocratici. Il giro d’affari è imponente, così come le “masse umane” che si spostano per effetto dei conflitti che scoppiano in varie parti del mondo. Le convenienze economiche dei paesi tecnologicamente più avanzati stravolgono. E’ naturale che poi tutti questi profughi e migranti economici si muovano in direzione dei paesi stabili, dove è possibile vivere senza rischiare ogni giorno la vita.

Secondo la relazione ufficiale del Governo Italiano sulla vendita della armi, nel corso del 2018 l’armamento più esportato dall’Italia è costituito dagli elicotteri da guerra per un valore di 5,2 miliardi di euro. Al secondo posto (459 milioni) c’è la categoria «bombe, siluri, razzi, missili ed accessori». La relazione non specifica quali armi siano state destinate a ciascun paese, e si limita a fare una lista dei paesi che spenderanno di più per comprare le armi italiane. Al primo posto c’è il Qatar, con un gran margine sul secondo: il governo qatariota otterrà armi italiane per 1,9 miliardi di euro, davanti al Pakistan e alla Turchia, con rispettivamente 682 e 362 milioni di euro di commesse.

Ma l’Italia ripudia la guerra…

La legge che regola la vendita di armi italiane all’estero è la 185/90, che è stata integrata nel 2012 con un decreto legislativo approvato per semplificare i trasferimenti di armi all’interno dell’Unione Europea e per rafforzare i controlli sulle aziende produttrici.

La legge dice alcune cose importanti: per esempio che le concessioni delle licenze per la produzione di armi «devono essere conformi alla politica estera e di difesa dell’Italia» e devono rispettare «i principi della Costituzione repubblicana che ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali» (il noto articolo 11 della Costituzione). In uno dei passaggi più importanti, quello che negli ultimi anni ha provocato più discussioni, si legge che l’esportazione e il transito di armi sono vietati «verso i paesi in stato di conflitto armato, in contrasto con i principi dell’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite [quello che prevede il diritto di uno stato a usare la forza in caso di legittima difesa, ndr]»: ovvero sono vietati nei casi in cui il destinatario sia uno stato che ha dichiarato guerra a un altro stato per motivi diversi dalla legittima difesa.

Un settore in pesante espansione

Nel documento si segnala che nel 2018 il valore delle autorizzazioni concesse dal governo per l’esportazione di armi è quasi dimezzato rispetto ai dati riferiti al 2017: è passato da un valore di 10 a un valore di 5,2 miliardi di euro. Questo calo potrebbe far pensare a una strategia più prudente del governo guidato da Giuseppe Conte rispetto agli ultimi di centrosinistra (governo Conte che peraltro si è insediato solo a giugno 2018). In realtà, scrive Beretta, è un calo «fisiologico», dovuto agli enormi ordini di armi ricevuti negli ultimi anni dall’Italia: «si tratta di oltre 32 miliardi di euro nel triennio 2015-2017, in gran parte per sistemi militari complessi (aerei, elicotteri, navi, ecc), la cui produzione sta impegnando e terrà impegnate le nostre aziende militari per diversi anni».

La grande maggioranza delle autorizzazioni riguarda armi che finiranno a paesi che non appartengono né alla NATO (l’alleanza difensiva guidata dagli Stati Uniti e nata dopo la fine della Seconda guerra mondiale) né all’Unione Europea, ovvero le due più importanti alleanze internazionali dell’Italia: si parla del 72,8 per cento del valore totale delle autorizzazioni, una percentuale che conferma una tendenza già riscontrata negli ultimi anni e che si è confermata nel 2018 (l’ultimo anno in cui l’Italia vendette di più dentro la NATO e l’UE che fuori fu il 2015).

Tra i paesi extra NATO ed extra UE che ricevono armi italiane ce ne sono alcuni che si trovano in zone instabili del mondo: è il caso del Pakistan, che ciclicamente attraversa periodi di tensione e crisi con l’India, ma anche alcune monarchie del Golfo Persico, che seppur controllino il potere in maniera molto salda sono in mezzo alla costante competizione tra Iran sciita e Arabia Saudita sunnita (oppure vi partecipano direttamente, come nel caso degli Emirati Arabi Uniti).

La vendita di armi a paesi “a rischio”, molto lucrativa per l’Italia e non solo, è stata contestata da alcune organizzazioni che si occupano di pace e disarmo, ma finora non è mai stata davvero messa in discussione da governo e aziende. Ci sono però due casi particolari che da qualche anno attirano più attenzioni di altri, e che hanno implicazioni politiche e legali rilevanti: sono quelli che riguardano Egitto e Arabia Saudita.