Alle radici del moderno populismo

Un approfondito studio sociologico ha dimostrato come l’influenza della televisione sui telespettatori, sia tra i bambini molto piccoli che tra i più anziani, ha influenzato la ricettività ai messaggi populisti e l’intelligenza individuale. «Per gli individui esposti per la prima volta a Mediaset da bambini, scopriamo che la tv di intrattenimento ha avuto un impatto negativo sulle capacità cognitive nell’età adulta. Questi individui mostrano anche livelli significativamente più bassi di impegno civico». I dati sono stati misurati da «test di alfabetizzazione e numerazione standardizzati», nonché da «interesse per la politica e partecipazione ad associazioni di volontariato».

Ruben Durante (Universitat Pompeu Fabra di Barcellona), Paolo Pinotti (Università Bocconi di Milano) e Andrea Tesei (Queen Mary University di Londra) hanno analizzato grandi quantità di dati sui consumi televisivi in Italia, correlandoli con quelli sugli orientamenti e i risultati politici, per evidenziare l’impatto della televisione commerciale dall’introduzione della rete televisiva privata di Berlusconi nei primi anni ‘80.

L’effetto è stato misurato per cinque legislature consecutive ed è guidato dai forti consumatori di tv, in particolare i giovani e gli anziani. Per quanto riguarda i possibili meccanismi, Pinotti, Durante e Tesei hanno scoperto che gli individui esposti alla tv di intrattenimento da bambini sono divenuti adulti meno sofisticati dal punto di vista cognitivo e con una minore attitudine civica ai comportamenti socialmente responsabili, «in definitiva più vulnerabili alla retorica populista di Berlusconi».

Per proteggere la democrazia dal potere pervasivo e occulto del piccolo schermo, nella primavera del 1995 Karl Popper pubblicava il saggio “Una patente per fare tv”, dato poi alle stampe in Italia nel 2002 da Marsilio in un saggio collettivo dal titolo “Cattiva maestra televisione”.

Contro l’epidemia di violenza televisiva, in grado di contaminare i soggetti più deboli, il filosofo austriaco proponeva di rendere obbligatorio un corso e un esame per poter creare testi e programmi. Ma Popper faceva un passo ulteriore e metteva sotto accusa la tv come strumento di controllo.

Il testo popperiano scatenò dibattiti e polemiche, venendo tacciato di autoritarismo e di volontà di censura. A vent’anni di distanza, però, lo studio sociologico intitolato “L’eredità politica della tv di intrattenimento”, ripubblicato nell’edizione di luglio dell’American Economic Journal da tre ricercatori europei (la prima edizione risale ad aprile 2015), conferma ampiamente la profezia del filosofo.