La natura è un campo di battaglia

Bisogna rendere conto delle disuguaglianze sociali nell’impronta ambientale e nella distribuzione delle conseguenze della crisi”.

Razmig Keucheyan, sociologo e scrittore

Il merito principale del Fridays For Future e degli altri movimenti neo-ecologisti come Extinction Rebellion, è quello d’aver finalmente trasformato l’ambientalismo da moto controculturale e carbonaro – certo sgradito al potere, ma tutto sommato innocuo – a tema politico del momento.

Da quando Greta Thunberg ha cominciato a scioperare per il clima il 20 agosto del 2018, il suo movimento non ha mai smesso di crescere in adesione e in consensi, tanto che alle elezioni europee dello scorso 26 maggio se ne sono potuti osservare i primi riflessi politici:  il “voto giovane” degli europei ha infatti permesso ai partiti ecologisti di ottenere il miglior risultato di sempre, anche se l’onda verde non è riuscita propagarsi al di fuori dei Paesi dell’Europa settentrionale.

Nell’ecologia politica degli ultimi anni ha prevalso la linea della diplomazia climatica, secondo la quale l’umanità dovrebbe superare le proprie divisioni geopolitiche attraverso patti ecologici e cooperazione internazionale, unico viatico per governare efficacemente il cambiamento climatico che avanza. Contro quest’impostazione ritenuta inoffensiva, soporifera, sterile ed eccessivamente “legalistica” si scaglia Razmig Keucheyan nel suo  “La natura è un campo di battaglia. Saggio di ecologia politica (ombre corte, 2019).

Per il sociologo svizzero, la crisi climatica “richiede [al contrario] la radicalizzazione degli antagonismi, vale a dire la radicalizzazione della critica al capitalismo”. L’immaginario neoliberista oggi dominante dipinge infatti la natura come estranea ai rapporti di forza sociali, quando “in realtà, è la cosa più politica che ci sia”: un teatro di conflitti che senza dubbio confuta la visione totalizzante e indifferenziata dell’umanità, uniformemente coinvolta dalla (e responsabile della) crisi ambientale.

Keucheyan suggerisce allora di introdurre nell’ecologia politica il concetto di intersezionalità (coniato originariamente nei gender studies da Kimberlé Crenshaw), per mostrare come i diversi vettori delle disuguaglianze sociali – sessismo, razzismo, classismo – non siano indipendenti gli uni dagli altri, ma reciprocamente interrelati e sovrapposti.

Secondo Keucheyan “l’intersezionalità tra la razza, la classe e il genere […] deve essere completata da una quarta dimensione, che la complica: la natura”. Si può parlare così di intersezionalità climatica per rendere conto delle disuguaglianze sociali nell’impronta ambientale e, al tempo stesso, nella distribuzione delle conseguenze esiziali della crisi climatica.