La fabbrica del futuro

Il punto di partenza è l’omonima discarica nata all’inizio degli anni Ottanta del secolo scorso nel territorio del comune di Rosignano Marittimo30mila abitanti in provincia di Livorno. Una realtà che oggi gestisce 400mila tonnellate di rifiuti l’anno tra urbani e speciali, circa il 3% di quelli prodotti nell’intera Toscana. Quella di arrivo è la cosiddetta fabbrica del futuro.

Attraverso un investimento da 100 milioni di euro la discarica sarà trasformata in un polo di recupero e potenziale reimmissione del rifiuto sul mercato, ovviamente sotto forma di prodotto o di energia.

Il primo lotto, capace di gestire 100mila tonnellatedi rifiuti l’anno, sarà operativo entro il 2025. In cantiere anche un biodigestore anaerobico alimentato con i fanghi della depurazione civile e la frazione organica dei rifiuti solidi urbani che produrrà biometano, che gli automobilisti potranno acquistare lungo la strada regionale 206 che passa ai piedi dell’impianto.

Inoltre, già da qualche settimana gli abitanti dei comuni di RosignanoSanta Luce e Castellina Marittima possono acquistare l’energia elettrica prodotta bruciando il biogas generato dalla discarica a tariffe agevolate. A seconda della zona di residenza si ha diritto a uno stralcio dei consumi fino a un massimo di 2.500 kWh l’anno.

“Il modello della discarica non si può più perseguire strategicamente. Ma allo stesso modo, non bastano i principi, non è sufficiente la raccolta differenziata: il problema riguarda la chiusura del ciclo”.

Alessandro Giari, presidente di Rea Impianti

100 milioni investiti finanzieranno anche altre opere. All’interno dell’ex fattoria della Madonnina, immobile che sorge su un’area che confina con quella occupata dalla discarica, nascerà per esempio il Centro di competenza per l’economia circolare in Toscana. Ovvero un polo di ricerca regionale dedicato alla gestione dei rifiuti al quale contribuiranno, tra gli altri, la scuola superiore Sant’Anna e il Cnr di Pisa. E sempre in tema di innovazione è prevista la realizzazione di un incubatore per start-up attive nel settore dell’agricoltura. Infine, è in programma la messa a dimora, entro i prossimi cinque anni, di qualcosa come 50mila alberi.

L’amministrazione comunale rinuncia a un contributo economico non solo per ragioni ambientali. Ma anche perché, una volta andato a regime, l’impianto di Scapigliato occuperà 150 dipendenti contro i 100 attuali, senza contare le startup che si insedieranno all’interno dell’incubatore.

Un disegno che unisce quindi alla sostenibilità ambientale e finanziaria anche un incremento dell’occupazione. Quanto, però, un progetto di questo tipo può smettere di essere una buona pratica e diventare scalabile?