The “bouba/kiki” effect

Se provaste ad assegnare a ognuna di queste due figure una parola tra “bouba” e “kiki”, quale sarebbe la vostra scelta?

Secondo uno studio del 2001 condotto da Vilayanur S. Ramachandran ed Edward Hubbard, neuroscienziati dell’Università della California, la maggior parte di voi probabilmente assocerebbe la parola “bouba” alla figura a destra e “kiki” a quella sinistra.

Ramachandran ha interpretato l’effetto “bouba/kiki” come una forma di sinestesia, un fenomeno che si verifica quando uno stimolo esterno (uditivo, visivo, olfattivo, tattile o gustativo) provoca una percezione sensoriale di natura diversa.

Per Ramachandran, sarebbe una conseguenza dell’evoluzione umana: nell’antichità infatti i nostri antenati assegnavano agli oggetti suoni che provocavano sensazioni simili, ma con il passare del tempo e con lo sviluppo dei linguaggi le parole per descrivere gli oggetti diventarono sempre più arbitrarie e sempre meno dipendenti da percezioni sensoriali. Il fenomeno “bouba/kiki” sarebbe quindi un processo naturale del cervello umano, che reagirebbe in maniera non arbitraria associando un suono a una forma.

Secondo lo studio, il fenomeno sarebbe dovuto principalmente al modo in cui le due parole vengono dette: pronunciando la parola “kiki” la bocca fa un movimento veloce e le labbra rimangono piuttosto strette, mentre pronunciando “bouba” le labbra si aprono maggiormente, facendo prendere alla bocca una forma più rotonda. Nel corso degli anni lo studio è stato ripreso da diversi ricercatori che hanno analizzato il ruolo di consonanti e vocali nella scelta del suono da associare ad ogni figura, ma non c’è concordanza su quale abbia maggiore importanza nel funzionamento dell’effetto “bouba/kiki”.