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La start-up Cubbit vuole cambiare, a partire dal cloud, il volto di internet. Oggi questo si regge su un’infrastruttura di server farm, dispositivi di computer molto grandi e inquinanti che si estendono per migliaia di chilometri quadrati e custodiscono i dati di tutto il mondo. Cubbit propone un’alternativa radicale: una rete completamente distribuita e gratuita che renda gli utenti finalmente padroni dei loro dati.

La Cubbit Cell rappresenta il nodo della rete Cubbit. Grazie ad essa l’utente accede al cloud distribuito, in cui i suoi file vengono criptati, copiati e distribuiti su altri nodi. Successivamente, può accedere a essi tramite un’interfaccia web, mobile o desktop, in tutto e per tutto simile a Dropbox, ma con due fondamentali differenze: non ci sono abbonamenti né violazioni della privacy. La startup infatti, diversamente dagli altri servizi cloud, non ha accesso ai dati degli utenti, né tantomeno alle loro password.

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La Cubbit Cell è un dispositivo plug-and-cloud. È immediatamente pronta all’uso con 512 GB di spazio di archiviazione nella sua versione base. Qualunque cosa accada a una singola Cubbit Cell – una disconnessione, un blackout – i dati sono sempre perfettamente al sicuro, accessibili ovunque. Non sono memorizzati all’interno del singolo dispositivo ma sono distribuiti nello “sciame” di Cubbit Cells.

Il cloud distribuito Cubbit è già attivo e funzionante in beta in più di 10 Paesi e l’azienda ha suscitato l’interesse del CERN di Ginevra, che li ha invitati a diverse conferenze. Un ulteriore riconoscimento è arrivato dall’Università di Bologna che ha deciso di assegnare a Cubbit lo status di prima startup ufficialmente accreditata dall’Alma Mater Studiorum.