La macchina dell’immaginazione

Quest’anno, in cui si celebra il quinto centenario della morte di Leonardo, cade in un momento meno epocale della storia italiana; ma non si può negare che appaia quale di decadenza morale, civile, intellettuale ed economica; sarà forse un caso che si torni a parlare del ‘genio italiano’?

Saremo sommersi da una quantità enorme di mostre e libri, ma le prime avvisaglie (tra annunci sui rotocalchi di clamorose scoperte note in realtà da oltre un secolo, voci di mostre con animali impagliati, pedanti trilogie romanzate, inevitabili experiences multimediali fini a se stesse. La sensazione, almeno in Italia, è che si assisterà alla proliferazione di piccole mostre al di là di un piano organico che pure esiste o esistere dovrebbe.

In tale disorganica situazione la Treccani ha scelto coraggiosamente una strada diversa: produrre una ‘mostra’ (se la si vuole chiamare così) radicalmente non-filologica e priva di opere originali. “La macchina dell’immaginazione” è infatti una mostra multimediale che si guarderà bene dal limitarsi a riprodurre in alta definizione dipinti leonardeschi o a ricostruire in 3D e in modo più o meno fedele questa o quella macchina.

L’operazione è stata affidata a Studio Azzurro, uno dei principali collettivi italiani ed europei di ricerca artistica con i linguaggi delle nuove tecnologie: si tratterà quindi di una operazione artistica, una serie di installazioni in cui scenografia, videoarte e suoni si troveranno inscindibilmente compenetrati.

Le sezioni in cui il percorso si articola, che sono in realtà diverse installazioni, la cui struttura architettonica è liberamente ispirata a disegni leonardeschi, sono: Osservazioni sulla natura; Città; Paesaggio; Le macchine di pace; Le macchine di guerra; Il tavolo anatomico; La pittura.

Per paradosso, quindi, questa operazione deliberatamente intrusiva, questa performance artistica, pur lontana da qualsivoglia ambizione filologica (le didascalie permetteranno però al visitatore di ricostruire la cronologia degli scritti, dei disegni e dei dipinti utilizzati), finisce col veicolare un contenuto storicamente autentico, e quindi fa anche opera di corretta divulgazione; anzi e meglio, fa ‘educazione’ (che significa e-ducatio, “condurre oltre”) e non ‘intrattenimento’, cioè tenere, lasciare dove già si è.