Una letteratura dal realismo aumentato

Il realismo ha bisogno di un presente inquadrabile, relativamente statico e dunque fotografabile. Oggi, un tentativo di fotografare la realtà contemporanea è destinato nella maggior parte dei casi a fallire: il presente è un concetto sempre più mutevole, impossibile da inquadrare in tempi utili, ogni “fotografia” che si tenti di scattare rischia di uscire dallo sviluppo già ingiallita.

Non è un caso. Negli ultimi dieci anni, il nostro modo di interagire e comunicare è cambiato esponenzialmente: nel 2008 Facebook aveva meno di 100 milioni di utenti, Twitter meno di 6, l’iPhone era appena uscito, i tablet non esistevano, come non esistevano Whatsapp, Tinder, Instagram e molte delle app che oggi fanno da tessuto connettivo virtuale della società distribuita.

La reazione più diffusa di fronte alla sfrenata mutevolezza del presente è quella di ambientare le proprie storie in un passato recente o eliminando ogni tecnologia (a partire dagli smartphone) dall’equazione. Negli ultimi tempi però si sta facendo strada una soluzione diversa, più ambiziosa e interessante: se il presente cambia troppo in fretta, un’alternativa percorribile è utilizzare come sponda il futuro prossimo.

La letteratura speculativa è il realismo dei nostri tempi. Descrive il presente nello stesso modo in cui un tiratore colpisce un piattello, mirando un poco più avanti della posizione in cui è il bersaglio, rivelando ciò che pur non essendo ancora presente, sta già avendo un impatto. […] Non si tratta di preconizzazione. È il prodotto di un’azione duplice, come le lenti di un paio di occhiali 3D. Attraverso una lente, ci impegniamo nel tentativo di ritrarre un futuro possibile. Attraverso l’altra, vediamo il nostro presente metaforicamente. […] Alcuni lettori non riescono a unire queste due visioni, per questo a loro non piace la fantascienza.

Kim Stanley Robinson

L’analogia di Robinson è efficace, ma allo stesso tempo tradisce un preconcetto tipico di molta letteratura speculativa, secondo cui il mondo dei lettori si dividerebbe in due macrocategorie che si intersecano a malapena: da un lato ci sarebbero gli schiavi del realismo a tutti i costi, troppo limitati (o in cerca di rassicurazioni) per spingere lo sguardo oltre l’orizzonte più vicino; dall’altro ci sarebbero le menti visionarie, capaci di disancorarsi un poco dal terreno solido della realtà presente per lasciar l’immaginazione libera di correre.

Questa suddivisione è stata messa fortemente in crisi, di recente, grazie a una serie-TV antologica – Black Mirror – che sebbene includa nelle sue trame elementi futuribili, sebbene utilizzi alcuni espedienti narrativi tipici delle distopie, viene apprezzata da un pubblico amplissimo, tra cui anche da molti che solitamente la fantascienza non la toccherebbero nemmeno coi guanti. Questo accade non soltanto per l’originalità delle storie o della cornice scelta, quanto per l’utilizzo di un approccio diverso, in cui le componenti esotiche e allegoriche lasciano spazio a ponti diretti con il presente, riferimenti talmente vicini e riconoscibili da lasciar pensare più a una nuova forma di realismo che a un nuovo genere di fantascienza.

Anche quando questi gli ultimi decenni non vengono esplicitamente chiamati in causa, l’impressione è di ritrovarsi in una sorta di ambiente neutro, bonificato da ogni tecnologia mobile e social, un “passato senza tempo” che è in tutto e per tutto identico al presente, eccezion fatta per Twitter, Google, Facebook e tutte le innovazioni tecnologiche che rendono più difficile raccontare una storia e gestirne i conflitti.