L’Amianto della TAV

Tutti adesso parlano solo della comparazione costi/benefici, ma perché nessuno più dice nulla sulla sostenibilità ambientale del cantiere? Nella montagna sono presenti amianto e uranio; e il rischio di prosciugamento delle sorgenti dell’Alta Valle è elevatissimo.

La questione della TAV da diversi giorni è al centro dell’agenda politica italiana, attraverso la ormai celeberrima analisi costi-benefici. Tuttavia i politici e i giornalisti sembrano aver completamente dimenticato che la prima questione sollevata dal movimento NO TAV negli anni novanta riguardava il pesante impatto ambientale della realizzazione di quest’opera per la Val di Susa.

Su questo progetto non sono tutti d’accordo, non lo sono mai stati. Le prime proteste del movimento No Tav sono iniziate subito, quando la linea era soltanto un progetto e il cantiere ancora non esisteva. Nel corso degli anni, il movimento si è fatto conoscere attraverso le sue lotte, che per molto tempo sono state al centro della cronaca italiana (e non solo), ottenendo seguito e consensi da tutto il mondo, ma anche critiche e spesso incomprensioni e manipolazioni.

La storia del Treno Alta Velocità Torino-Lione è stata lunga e tormentata sin dalle sue origini, all’inizio degli anni Novanta: una storia fatta di grandi cantieri, revisioni di progetti, ben quattro accordi internazionali tra Italia e Francia, rallentamenti, valutazioni costi-benefici, cambi di rotta, manifestazioni, processi, condanne.

Spesso infatti, per l’opinione pubblica queste proteste sono state associate soltanto a movimenti studenteschi e di matrice anarchica, ignorando quasi completamente la presenza affatto esigua di storici abitanti della Val Susa. I motivi sono diversi: la ferrea convinzione che questa grande opera rappresenti un investimento inutile e che, una volta conclusa, ovvero nell’arco di 10/15 anni, sia già obsoleta, lo stanziamento consistente di fondi che potrebbero essere destinati all’implementazione di altri servizi ferroviari ma anche di altro genere di infrastrutture, gli espropri territoriali avvenuti per fare spazio al cantiere e il potenziale rischio ambientale causato dal cantiere stesso e dai vari tunnel geognostici, come quello di Chiomonte, realizzato per conoscere la struttura della montagna.

In una valle che per anni viene trasformata in un cantiere a cielo aperto, la salute della popolazione è già stata compromessa. Infatti il cantiere ha già provocato un aumento rilevante di particolato e polveri sottiliprovenienti dallo smarino, oltre che un aumento considerevole di Co2 e inquinamento dovuto a lavori che dureranno altri 10 o 20 anni.”

Massimo Zucchetti, docente universitario presso il Politecnico di Torino

Senza contare la già ampiamente nota presenza nelle rocce delle Alpi occidentali di tracce di amianto e uranio, un bel rischio nel caso venissero raggiunte durante gli scavi.

Inoltre, non bisogna dimenticare il problema dell’acqua. Oltre a un aumento del consumo dell’acqua, che a lungo termine arriverà a raddoppiare, per comprendere gli effetti che il progetto avrà sulle sorgenti è sufficiente recarsi al Mugello, dove la costruzione del Tav che collega Firenze e Bologna ha completamente disseccato fonti e falde, obbligando la popolazione a rinunciare alle loro sorgenti e a usare le autobotti. È la stessa cosa che potrebbe accadere anche per gli abitanti della Val di Susa.

Massimo Zucchetti, docente universitario presso il Politecnico di Torino

Riferimenti: