Sulla soglia dell’Eternità

Forse Dio mi fa dipingere per quelli che nasceranno.

Vincent Van Gogh

Il film Van Gogh sulla soglia dell’Eternità è indubbiamente tanto bello quanto impegnativo. Il registra Julian Schnabel ha realizzato un film struggente e delicato. C’erano molti punti di vista possibili per raccontare il pittore incompreso in vita e osannato da morto, che ha patito la solitudine e ha sopportato il peso di un talento esagerato. Schnabel è entrato in Vincent (interpretato da un incredibile Willem Dafoe), nella sua testa, nella sua anima. Ha ridotto ai minimi termini il tempo ed ha dilatato lo spazio, fino a farne un contenitore, una bolla di colori e di impressioni, a volte una prigione. Così ha restituito allo spettatore vent’anni della biografia di Van Gogh senza scandirli veramente: il passare dei giorni, dei mesi, degli anni acquista infatti una forma diversa se si prova a tracciarla a partire dai fatti del cuore.

Vincent Van Gogh era ben consapevole che la sua arte sarebbe stata compresa e apprezzata dai posteri, come si evince in una conversazione avuta con un prete in uno degli ospedali psichiatrici dove fu ricoverato. La chiacchierata tra l’uomo e il sacerdote, che non capisce quanto di innovativo ci sia nella pittura di Vincent Van Gogh, è un interlocutorio tra razionalità e istinto, cuore e mente. I primi piani ad effetto mettono ben in evidenza i volti dei personaggi perché la mimica facciale ci dice molto di un interlocutore. Ci dice per esempio che sotto la coltre di scetticismo e pregiudizio si cela in realtà un certo interesse.

L’eccellente capacità di chi è stato dietro le quinte durante le riprese del film è accompagnata da una altrettanto straordinaria recitazione degli attori coinvolti. Magistrale è infatti l’interpretazione di Willem Dafoe nei panni di Van Gogh: l’attore è celebre per aver collaborato con la maggior parte dei più grandi registi del cinema moderno e per aver partecipato a numerosi progetti e produzioni hollywoodiane; ha inoltre ottenuto tre candidature agli Oscar come miglior attore non protagonista candidature ai Golden Globe, oltre ad aver ricevuto molti premi cinematografici.

E in effetti, guardando il film, si ha proprio l’impressione di trovarsi di fronte a Van Gogh stesso, tanto è adatto quel ruolo per l’attore. Ci si chiede inoltre se Dafoe abbia dipinto veramente i quadri che si vedono realizzare nel corso della pellicola

Con la sua interpretazione Willem Dafoe si è guadagnato una meritata a Venezia Coppa Volpi, ma Rupert Friend nei panni del fratello Theo e Oscar Isaac in quelli di Gauguin non sono certo da meno. Purtroppo, in più di un’occasione, la cura del versante estetico si scontra con la fragilità di una controparte narrativa eccessivamente piatta e lineare, che talvolta rende il film faticoso e non sempre ha la forza per arrivare al cuore dello spettatore. Il tentativo di Schnabel, non del tutto esaustivo, è comunque coraggioso e merita di essere ricordato anche soltanto per aver concretizzato quel dramma esistenziale – centrale nella vita di Van Gogh – che raramente è stato affrontato con tale consapevolezza al cinema.

 


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